Riportiamo un testo interessante. La fonte a fine pagina.
La civiltà dell’Indo
Tra il 2500 e il 2100 a.C. nella valle dell’Indo situata nell’attuale Pakistan fiorì una cultura che molti archeologi e storici non esitano a paragonare per magnificenza e splendore a civiltà come quella mesopotamica ed egizia. Come queste ultime la civiltà dell’Indo sorse lungo il corso di un fiume (l’Indo per l’appunto) e sviluppò concezioni urbanistiche a dir poco rivoluzionarie, che si concretizzarono nella costruzione di grandi città (che per l’epoca erano vere e proprie metropoli) i cui resti, visibili ancora oggi, forniscono una testimonianza fondamentale di che cosa significava nel mondo antico pianificare a regola d’arte un centro urbano di notevoli dimensioni. Le due più importanti città della civiltà dell’Indo erano Harappa e Mohenjo-Daro. La prima sorgeva a nord della valle la seconda verso sud-est. Per quanto si può giudicare dalle rovine riportate alla luce dalle spedizioni archeologiche, Harappa e Mohenjo-Daro erano città molto simili tra loro (ciascuna aveva un perimetro di oltre 5 km e contava, nel periodo di maggior espansione, una popolazione di 40.000 abitanti) e per le loro notevoli dimensioni sono considerate le città più grandi del mondo antico. Questi centri urbani dotati di comfort molto simili allo standard odierno (servizi igienici, riscaldamento, rete fognaria efficiente…) sono stati progressivamente portati alla luce solo nel 1944 grazie all’opera di Sir Mortimer Wheeler, allora Direttore archeologico generale dell’India, che fu il primo a constatare con meraviglia il livello tecnologico raggiunto dai popoli dell’Indo. Popoli che come spesso accade hanno lasciato un scrittura indecifrata a testimonianza della loro presenza. Questa scrittura è un vero e proprio enigma. Gli studiosi hanno classificato circa quattrocento segni, per lo più presenti su sigilli e iscrizioni, ma sicuramente ve ne sono altri ancora da classificare. La scrittura è di tipo pittografico, e tra i molti tentativi di decifrazione va sottolineato quello di un gruppo di linguisti finlandesi i quali sostengono che i segni non descriverebbero direttamente le cose ma corrisponderebbero ai suoni mediante i quali venivano pronunciati. Le iscrizioni sarebbero dunque molto simili a dei rebus, ma per risolvere la questione occorrerebbe una chiave di decifrazione, una sorta di stele di Rosetta che per il momento non è ancora venuta alla luce.
La furia devastante di Indra
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